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Nel libro “l’essenza del neopaganesimo” del Circolo dei Trivi vi è un interessante articolo di Gabrio Andena
[1] in cui si accosta la magia neopagana alla teurgia, scrivendo:

 La Wicca annulla la distinzione fra magia e religione, fondendo una nell’altra. Il risultato di questa fusione è precisamente una forma di teurgia: ogni atto magico è invocazione degli Dei e ogni celebrazione degli Dei è anche atto magico. La teurgia è dunque una forma di magia specificamente neopagana. La base teorica è l’immanenza del divino. Se gli Dei sono davvero presenti in tutto, allora viene scardinata la classica distinzione fra alta magia, volta all’evoluzione spirituale, e bassa magia, volta a scopi materiali: ogni atto neopagano è teurgico. Teurgia significa etimologicamente “lavoro degli Dei”. Sono gli Dei che agiscono e l’uomo agisce in quanto non c’è parte di lui che non sia degli Dei, come insegnavano gli antichi misteri. L’atto centrale della pratica teurgica è l’invocazione. Nella Wicca esiste una tecnica chiamata in inglese “Drawing Down the Moon”, che tradotto significa approssimativamente “tirar giù la luna”. Si riferisce alla leggenda secondo cui le streghe della Tessaglia (una regione della Grecia) avessero il potere di tirar giù la luna con i loro incanti. Questa notizia è stata interpretata come una forma di invocazione, in cui la discesa della luna rappresentava la discesa della Dea lunare Ecate fra le sue adoratrici. Col Drawing Down un Sacerdote invoca la Dea su una Sacerdotessa. Invocare significa “chiamare dentro”, opposto ad evocare che vuol dire “chiamare fuori”: si invoca quando l’entità chiamata deve scendere in una persona, dentro un essere umano, prendendone in qualche modo possesso. Naturalmente è possibile ribaltare la prospettiva e asserire che è la Dea interiore, intima natura di ognuno, che emerge e permette così all’individuo di mostrare la sua vera natura. Questa pratica teurgica è centrale nella Wicca perché ne costituisce una peculiarità: nello spazio sacro dove avviene la celebrazione, grazie all’invocazione, gli Dei sono realmente presenti per tutta la durata del rituale, avvertibili, visibili sotto le sembianze di un ben preciso essere umano ed è possibile interagire con loro.

Il collegamento è bellissimo e verace, l’Opera del Fuoco (il rito teurgico) è l’antenato del Tirar giù la Luna. Quando, usando le parole di Tonelli[2], “l’umano attingeva (e attinge) il divino dentro di sè, in piena devozione e consapevolezza...creava (e crea) campi di energia intensi e tesi, aprendo varchi all’impossibile.”. Nei riti teurgici vi era una invocazione (klesis) con il quale un dio entrava nel corpo di un “docheus” (un medium, “colui che riceve” da dechomai) in estasi, come una Sibilla, il tutto alla presenza di un sacerdote (iereus). Lo scenario è quello di una riunione sciamanica in cui allo scatenamento estatico del medium si accompagna la vigilanza rituale e assorta da parte dei depositari di una tradizione sacra. Nel rituale wiccano del Tirar giù la Luna è esattamente così: la sacerdotessa svolge il ruolo di docheus[3], mentre la congrega invoca, il sacerdote-iereus assiste vigile la “discesa”, invocando la Dea egli stesso. E’ ovvio in questo ambito che non di una vera “discesa” si tratta, cioè non di un movimento dall’alto al basso. Dall’Infinito la Dea giunge e si manifesta. La manifestazione è una sua ipostasi lunare che invade la sacerdotessa.

La Tradizione vuole così. L’Innovazione ha fatto si che la Dea venisse invocata su tutti i membri della congrega. Il consiglio è di seguire la Tradizione e di invocare la Discesa su tutti i membri del gruppo solo se non si ha una sacerdotessa preparata: in questo caso però non si avrà un proprio Tirar giù la Luna, ma sarà comunque un rito coinvolgente e mistico. Del resto questo rito è centrale nella pratica Wicca. Spesso si esegue in occasione di un Esbat, cioè di una festa lunare, dopo la consacrazione del Cerchio e prima di un rituale, a seguito del quale verrà eseguito il Banchetto come d’abitudine. Il rito è questo:

La Gran Sacerdotessa sta di spalle all’altare, assumendo la posizione della Dea (mani incrociate sul petto). Il Gran Sacerdote si inginocchia di fronte a lei (contemporaneamente tutti si inginocchiano) e le da il quintuplice bacio, baciandole piede destro piede sinistro, poi ginocchio sinistro e destro, poi il grembo, il seno destro e sinistro e infine le labbra(una volta che lui le bacia il grembo lei apre le braccia). Facendolo il sacerdote dice:

Siano benedetti i tuoi piedi, che ti hanno condotto su questi sentieri.

Siano benedette le tue ginocchia, che si inginocchieranno di fronte al sacro altare.

Sia benedetto il tuo grembo, senza il quale non esisteremmo.

Siano benedetti i tuoi seni, formati nella bellezza e nella forza.

Siano benedette le tue labbra, che pronunceranno i Sacri Nomi.”

A questo punto il legame è stabilito attraverso la visualizzazione del sacerdote. Egli vede i collegamenti tra i suoi centri energetici e quelli della sacerdotessa, iniziando dalla base della colonna vertebrale e spostandosi verso l’alto, durante il quintuplice bacio. Non appena i due sono collegati, in contatto come circuiti elettrici, e l’energia scorre tra loro, il sacerdote visualizza la forma della Dea, dietro la sacerdotessa.[4] Allora il sacerdote si inginocchia e alla Dea viene chiesto di “discendere nel corpo” della sacerdotessa tracciando un pentacolo sul corpo di lei con il tirso[5] e invocando:

Ti invoco e Ti supplico, oh Grande Madre di tutti noi (tocca con il tirso il seno destro), di tutta la vita e la fertilità (tocca il seno sinistro). Per il seme e la radice,(tocca il grembo) per il fusto e la gemma,(tocca il seno destro) per la foglia il fiore e il frutto,(tocca il seno sinistro) per la Vita e l’Amore,(tocca il grembo) io Ti invoco (alza il tirso) affinché tu discenda nel corpo della tua servitrice e sacerdotessa (servitori e sacerdoti). Ecco, parla con la sua lingua (le nostre lingue), tocca con le sue mani, bacia con le sue labbra affinché i tuoi servitori possano realizzarsi

Il sacerdote si alza e afferma:

Salve Signora(introdurre il nome della Dea), dal corno di Amaltea riversa il tuo dono d’amore. Mi piego umile innanzi a te,(si inginocchia) venerandoti fino alla fine. Con amorevole sacrificio adorno il tuo tempio. Il tuo piede è alle mie labbra (le bacia il piede destro),  sostenute le mie preghiere dal fumo dell’incenso. Dispensa il tuo antico amore, oh Augusta, discendi per aiutarci. Che senza Te, siamo perduti

A questo punto la sacerdotessa traccia sul sacerdote il Pentacolo con l’athame dicendo:

Della Madre di Luce e Oscurità,

Mio è il bacio e mio il pegno,

la stella dell’Amore e della Felicità.

Ecco, vi incarico con questo segno."

(segna il Pentacolo)

Il sacerdote si alza e comincia a declamare l’Incarico della Dea “Ascoltate la parola...”

La sacerdotessa riprende “Quando avrete...”

Il sacerdote dichiara “Ascoltate voi le parole della Dea delle Stelle...”

La sacerdotessa conclude recitando “Io, che sono...” 

 

 



[1] Gabrio Andena (Gabriel), filosofo ermeneuta, counsellor junghiano e segretario del Circolo dei Trivi. Pratica da alcuni la Wicca nell'alveo della Tradizione Alexandriana e Gardneriana, affiancandola alla magia cerimoniale. 

[2] Oracoli caldaici a cura di Angelo Tonelli, ed. bur pag. 5

[3] Ecco perché si insiste sulla bellezza e sulla giovinezza della sacerdotessa, esattamente come gli antichi medium che dovevano essere giovani e privi di difetti fisici. Sulla bellezza e giovinezza della gran sacerdotessa vedi le Ardane e il libro segreto delle arti magiche di Ed Ficht. Si è sempre ritenuto che un corpo bello e più vicino possibile alla perfezione sia più adatto ad accogliere dentro di sé un dio.

[4] Come descritto da Vivianne Crowley secondo ciò che riporta Graham Harvey in Credenti nella nuova era, i pagani contemporanei, ed. feltrinelli

[5] lungo bastone con una pigna in cima, coronato di edera e di pampini; era portato da Dioniso e dai suoi seguaci e rappresenta un evidente simbolo fallico, ovviamente collegato con la fertilità. Si può utilizzare anche la bacchetta o il bastone.