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Libertà: la bussola wiccana per eccellenza è la libertà. Ma la libertà non può essere assoluta, essa deve avere dei vincoli, se la libertà è senza vincoli, si tramuta in disperazione. Ecco perché il Rede pone il vincolo del rispetto alla libertà: “Se non nuoci a nessuno, fai quello che vuoi”. La Libertà deve essere in armonia con l’Amore. Questo implica il rifiuto di qualsiasi legge divina che tenda a determinare il comportamento umano in termini morali.[1] Libertà, in ambito etico wiccano però, non vuol dire individualismo. La Libertà è molto di più dell’arbitrio di una persona, perché essa trascende la dimensione individuale influendo sulla storia. Se la libertà è intesa come vivere incondizionato da parte di un individuo, essa diventa follia. Follia che porta all’autodistruzione. Questo perché l’uomo è un essere finito e non può porsi quindi come infinitamente libero. Sarebbe un illusione pericolosa che nuoce non solo il singolo, ma il mondo. Libertà in senso consapevole è allora Responsabilità. Nel mondo in cui noi viviamo non possiamo pensare il valore in termini contenutistici. Questo vuol dire che le nostre azioni non sono bene o male sempre e in ogni caso. Allora come capire quando le nostre azioni sono bene o male? Come, in pratica, usare la nostra responsabilità, la nostra Libertà? Già Aristotele aveva capito che un azione non può essere bene o male sempre e in ogni caso. Infatti nell’etica nicomachea lo Stagirita aveva individuato la virtù nel giusto mezzo tra due estremi. Ma gli estremi non venivano però intesi come gli estremi di un segmento, di cui sono noti i limiti. Questo è un modo sbagliato. Aristotele, quando intendeva il giusto mezzo, intendeva l'appuntamento col tempo. Non c’è una formula stabilita, ma bisogna in ogni momento stabilire qual’é l’equilibrio. Natoli dice: “nel nostro mondo i punti di vista da tenere insieme sono due, la libertà e la alterità. La libertà riguarda la capacità di movimento del proprio agire, di responsabilità rispetto a se stessi. Però si è veramente liberi, come accennavo prima, non se si ritiene che per noi non ci sono vincoli, ma se si è capaci di valorizzare la nostra forza, la nostra potenza; la quantità di energia che noi siamo, sapendo però che noi non possiamo tutto. L'altra dimensione, in cui la libertà si compie, è l'alterità, cioè a dire l'incontro, la relazione con l'altro...bisogna coniugare la responsabilità, la libertà, l'autovalorizzazione con l'alterità, con l'impegno nei confronti degli altri. Quindi il modo attraverso cui nella nostra società si può creare una etica adeguta al nostro tempo è di ripatteggiare costantemente le nostre posizioni, tenendo conto di queste due dimensioni di fondo: libertà e alterità. Quindi un contenutismo etico, quasi che ci fossero delle cose assolute non sta bene. E' invece in questo gioco della relazione che noi possiamo sortire buoni effetti di convivenza.”.  L’uomo è originariamente relazione e quindi, già originariamente, la libertà è in un gioco relazionale. Si è liberi nella relazione, per cui la nostra libertà nasce condizionata. Vi sono alcune cose che l’uomo non può fare, ma il fatto che la libertà sia "limitata" non significa necessariamente che sia un’illusione. È, anzi, "illusoria" la pretesa di una libertà "incondizionata". E’ proprio questo aspetto relazionale che rende la libertà etica. Ora, proprio perché non è tutto possibile all’uomo (e in generale a nessuno e a niente), è necessario decidere quel che bisogna fare in quel determinato momento. La Responsabilità è condizione ineludibile dell’azione, ma l’azione è esposizione al rischio, ivi compreso il rischio della propria autodistruzione. La vita come rischio fa tutt’uno con la necessità di assumersi le proprie responsabilità. Contemporaneamente l’assunzione della propria responsabilità, evita maggiormente il rischio se tale responsabilità è condivisa, quanto più cioè il proprio limite si commisura a quello degli altri, facendo emergere con ciò la misura delle proprie possibilità. Ma solo in una dimensione di finitezza l’uomo può giocare la sua libertà. L’uomo è quindi libero in quanto finito. E la sua finitudine è data dalla morte. In quanto calata in un gioco relazionale, la Libertà è strettamente connessa con la Necessità. Se vi sono delle leggi divine, l’uomo non è più legato alla Necessità, quindi non è libero. L’uomo non è libero se si adegua ai “si” e ai “no” assoluti. La Libertà non è quindi mero arbitrio, non è libero arbitrio, ma è Volontà. San Tommaso diceva: “Il peccato è della volontà”. Secondo la morale cristiana quindi l’essenza del peccato sta nel volere ciò che Dio non vuole, trasgredire alle sue leggi. Il peccato è proprio questo: trasgressione dalla volontà divina. Ma se identifichiamo “Dio” con la causa primigenia (come fanno ebrei, cristiani ed islamici), dovremmo affermare che è stato proprio l’Uno, causa prima a “volere” qualcosa dall’uomo. Ma come dice Celso: “al primo Dio non s’addice stancarsi, né operare manualmente, né comandare. Egli non ha né bocca né voce, e nessun’altra delle funzioni che conosciamo. Dio non fece l’uomo a sua immagine, perché Egli non è così fatto, né simile a nessuna altra forma; non é partecipe né di figura o di colore, né di movimento. Neppure dell’essere è partecipe Dio. Da Dio provengono tutte le cose, ma Dio non proviene da nessuna e nemmeno è raggiungibile alla ragione e nemmeno è nominabile, perché Dio non patisce nulla che sia compreso in  un nome, essendo Egli al di fuori di ogni passione.” L’Uno (il primo Dio di Celso) quindi, non può volere che l’uomo faccia qualcosa, così come non ha voluto creare il tutto, perchè l’Uno è Tutto. Dice ancor più argutamente Proclo: “Con quale intenzione Dio, dopo una inerzia di durata infinita, penserà di creare? Perché pensa che è meglio? Ma prima, o lo ignorava, o lo sapeva. Dire che lo ignorava è assurdo; ma se lo sapeva, perché non ha cominciato prima?” La ragione quindi rifugge l’idea che l’universo provenga dal Nulla così come l’idea che l’Uno “comandi” agli uomini di fare o di non fare. Se per assurdo il Divino lo facesse e quindi accettassimo l’idea delle Tavole della Legge, saremmo costretti a pensare che il Divino pensi all’uomo come imbecille, come non capace di discernere il bene dal male, tanto da aver bisogno di un intervento divino per riportarlo sulla “retta via”. Ma l’uomo, secondo la concezione wiccana, è un emanazione divina perché Tutto e Uno si equivalgono e quindi l’origine è sempre divina. L’uomo ha quindi dentro di sé la scintilla della Coscienza divina che in ogni momento, come un timone lo porta verso il Bene. Ecco perché l’uomo è libero. Libero di navigare nei mari della vita. E quando questi mari saranno in burrasca l’uomo dovrà essere Responsabile di usare il suo timone in modo corretto per approdare sano e salvo. Le Leggi divine sono queste, che l’uomo possegga il timone, che il mare si agiti ecc, le leggi divine sono le leggi della natura, intesa come Tutto, intesa come insieme di Spirito e Materia. Sono queste Leggi, la condizione della nostra Libertà.



[1] Vedi Wicca, la nuova era della vecchia religione di Cronos ed. Aradia pag. 51, principio espresso anche nello statuto della Pagan Federation e viene riportato anche nel “Triunph of the Moon” di Ronald Hutton